Ci sono persone che attraversano la nostra vita lasciando un ricordo. E poi ce ne sono altre che, anche dopo essersene andate, continuano a modificare il modo in cui guardiamo le cose. Paolo Aita apparteneva a questa seconda, rarissima categoria.
Paolo è morto esattamente dieci anni fa, il 22 giugno 2016. Dieci anni sono un tempo abbastanza lungo per trasformare il dolore in memoria, ma non abbastanza per attenuare davvero certe assenze. Ci sono mancanze che non si consumano: cambiano forma, diventano più silenziose, ma restano lì, come una stanza chiusa dentro la casa.
Paolo non era semplicemente un critico d’arte, né soltanto un curatore, un intellettuale, un poeta, uno scrittore, un conoscitore musicale, un raffinato esploratore di mondi apparentemente lontani. Era tutto questo insieme, ma in una forma che sfuggiva alle definizioni. Aveva quella qualità rara di chi non usa la cultura come ornamento, ma come strumento di ascolto. Guardava le opere, ascoltava i suoni, leggeva i testi, incontrava le persone con la stessa attenzione laterale, profonda, quasi rabdomantica. Sembrava sempre cercare qualcosa che non stava in superficie: una vibrazione, una frattura, un dettaglio nascosto, un senso non ancora pronunciato.
Per me Paolo è stato soprattutto un amico. Un grande amico. Uno di quelli con cui non si condividono solo progetti, ma un modo di stare al mondo. Con lui ho fondato l’Associazione Kou, e con lui ho vissuto molte delle avventure più intense di quello che allora era Spazio Menexa, a Palazzo Montoro. Erano anni in cui tutto sembrava possibile, perché nulla era ancora codificato. Non c’erano format da rispettare, strategie da inseguire, algoritmi da compiacere. C’erano idee, artisti, discussioni infinite, cataloghi, testi, allestimenti, incontri, errori, intuizioni. E c’era Paolo, con la sua intelligenza obliqua e lucidissima, capace di trasformare una mostra in una conversazione e una conversazione in una mostra possibile.
Il ciclo Ventinovegiorni nacque dentro quello spirito. Era un progetto pro bono per l’arte contemporanea, pensato per offrire visibilità ai giovani artisti, scandito dal ritmo lunare, dalla durata simbolica di un ciclo che portava con sé attesa, trasformazione e ritorno. Paolo ne fu il curatore, ma dire “curatore” è riduttivo. Perché Paolo non si limitava a scegliere opere e scrivere testi. Paolo entrava in relazione con gli artisti. Li interrogava, li ascoltava, li spostava appena, li costringeva con garbo a guardarsi meglio. Aveva una capacità rara: non imponeva una lettura, la faceva emergere.
In quegli anni Spazio Menexa non era solo un luogo fisico. Era un laboratorio, un campo di possibilità, un piccolo dispositivo culturale in cui l’arte contemporanea poteva respirare senza dover chiedere permesso. Paolo ne comprendeva perfettamente la natura. Sapeva che gli spazi indipendenti non sono importanti perché imitano le istituzioni, ma perché possono fare ciò che le istituzioni spesso non riescono più a fare: rischiare, accogliere, ascoltare, sbagliare, ricominciare.
Paolo era un uomo di una cultura vastissima, ma mai esibita. Poteva parlare di arte contemporanea, poesia cinese, estetica, filosofia, musica classica, alta fedeltà, strumenti, letteratura, radio, traduzione, e lo faceva senza mai dare l’impressione di voler dimostrare qualcosa. Sembrava piuttosto condividere un percorso. Il suo sapere non era verticale, non cadeva dall’alto. Era un ponte. Un ponte di conversazione, appunto, come giustamente è stato poi ricordato. Paolo collegava persone, opere, epoche, linguaggi. Faceva dialogare la pittura con la musica, la poesia con il pensiero, il visibile con l’udibile, il concreto con l’esoterico.
E proprio l’audio, per lui, non era mai una questione soltanto tecnica. Chi lo ha conosciuto sa quanto fosse profondo il suo rapporto con il suono. L’alta fedeltà, l’audio esoterico, la ricerca della qualità estrema dell’ascolto non erano manie da appassionato, ma un’estensione naturale del suo modo di percepire il mondo. Paolo ascoltava come guardava: cercando la verità nascosta nella materia. Un cavo, un amplificatore, una registrazione, un timbro orchestrale potevano diventare il punto di partenza per una riflessione sull’esperienza, sulla presenza, sulla distanza tra ciò che viene prodotto e ciò che viene davvero percepito.
Forse è per questo che la sua critica d’arte non era mai fredda. Paolo non apparteneva alla famiglia dei critici che usano le parole per chiudere le opere dentro una gabbia. Le sue parole aprivano. Non semplificavano, non banalizzavano, non cercavano l’effetto. Accompagnavano. Avevano una forma discreta, spesso sorprendente, a volte laterale, ma sempre necessaria. In lui c’era una delicatezza che non andava confusa con debolezza. Era una forma di precisione morale. Paolo non aveva bisogno di alzare la voce, perché quello che diceva arrivava comunque.
Il giorno prima della sua morte avevamo parlato di un’idea che sarebbe poi diventata Rome Art Week. La ricordo come si ricordano certi momenti sospesi, quelli che sul momento sembrano una conversazione tra tante e poi, dopo, diventano un confine. L’idea era semplice e ambiziosa: creare una manifestazione diffusa, capace di mettere in rete artisti, curatori, gallerie, fondazioni, studi, spazi indipendenti; un sistema aperto che potesse raccontare l’arte contemporanea a Roma non dall’alto, ma attraverso la sua stessa geografia viva.
Paolo capì immediatamente il senso di quella intuizione. Non perché fosse un progetto già definito, ma perché ne percepiva la necessità. Roma aveva bisogno di essere letta come un organismo culturale complesso, non come una sequenza disordinata di eventi isolati. Aveva bisogno di connessioni, di mappe, di relazioni. Aveva bisogno di rendere visibile ciò che spesso rimaneva frammentato. In fondo, era un’idea profondamente paoliana: costruire un ponte tra mondi che già esistevano, ma che non sempre riuscivano a riconoscersi.
La mattina dopo fui svegliato da telefonate e messaggi. Erano molti conoscenti, persone che mi chiedevano di lui, che cercavano Paolo attraverso di me. All’inizio non capii subito. Poi, proprio da quella strana insistenza, da quelle domande sospese, da quel modo di chiedere senza dire, intuii cosa fosse accaduto. Ci sono notizie che arrivano prima ancora di essere pronunciate. Si formano nell’aria, nella voce degli altri, in un silenzio improvvisamente diverso.
Paolo se n’era andato.
All’improvviso. E con lui se n’era andata una voce che avrebbe potuto accompagnare quella nascita, discuterla, criticarla, migliorarla, forse anche prenderla in giro con quella sua intelligenza sottile. Rome Art Week è nata senza di lui, ma non senza la sua presenza. Perché ci sono idee che non appartengono solo a chi le realizza. Appartengono anche a chi, nel momento in cui vengono immaginate, le riconosce.
Ogni volta che penso a Paolo, penso a una forma di eleganza intellettuale ormai rarissima. Non l’eleganza della posa, ma quella dell’attenzione. Paolo era attento. Agli artisti, alle parole, ai suoni, agli amici, ai dettagli, ai silenzi. Era attento alle cose fragili, a quelle che non fanno rumore, a quelle che rischiano di passare inosservate. Forse per questo molti artisti lo hanno amato: perché si sentivano guardati davvero.
La sua assenza resta una mancanza concreta. Non una figura da commemorare a distanza, non un nome da archiviare nella memoria dell’arte contemporanea romana, ma una presenza che continua a interrogare chi lo ha conosciuto. Cosa avrebbe detto Paolo? Quale artista avrebbe notato? Quale frase avrebbe scelto? Quale disco avrebbe fatto ascoltare? Quale sfumatura avrebbe colto dove noi vedevamo solo una superficie?
Ricordare Paolo Aita significa, per me, ricordare un’amicizia, una complicità, una stagione di iniziative nate più dalla passione che dal calcolo. Significa ricordare Kou, Spazio Menexa, Ventinovegiorni, le mostre, le discussioni, i progetti immaginati e quelli realizzati. Ma significa anche riconoscere che alcune persone non finiscono davvero nel momento in cui se ne vanno. Continuano a vivere nelle strutture che hanno contribuito a generare, nei pensieri che hanno messo in movimento, negli artisti che hanno accompagnato, nelle parole che hanno lasciato, nei ponti che hanno costruito.
Paolo era uno di quei ponti.
Un ponte tra arte e musica, tra critica e poesia, tra rigore e dolcezza, tra amicizia e visione. Un ponte che ancora oggi, dieci anni dopo, continuiamo ad attraversare.