Massimiliano Padovan Di Benedetto

La Bianale

C’è qualcosa di profondamente italiano nel riuscire a trasformare anche la più importante manifestazione culturale del Paese in un condominio in assemblea permanente, con l’aggravante che, questa volta, non si discute del tubo rotto al terzo piano, ma dell’immagine internazionale dell’Italia, della libertà della cultura e di quel piccolo dettaglio chiamato autonomia degli enti culturali.

La Biennale Arte 2026, anzi la Bianale, perché ormai la storpiatura sembra più fedele dell’originale, è diventata il teatro di un pasticcio che Carlo Emilio Gadda avrebbe potuto raccontare con gusto feroce. Solo che al posto di via Merulana abbiamo Ca’ Giustinian, al posto del commissario Ingravallo abbiamo ispettori ministeriali, diffide, comunicati, avvocati e geopolitica da salotto, e al posto del delitto abbiamo una vittima meno appariscente ma molto più preziosa: la cultura italiana.

Un pasticciaccio brutto in piena regola. Di quelli dove nessuno è mai davvero responsabile, tutti sono “estranei”, tutti “chiariscono”, tutti “precisano”, e intanto la nave affonda con la banda che continua a suonare l’inno alla prudenza istituzionale.

La giuria internazionale decide di escludere Israele e Federazione russa dalla premiazione. Scelta discutibile? Certamente. Politica? Inevitabilmente. Culturalmente fondata? Dipende dal punto di vista. Ma è proprio qui che si misura la tenuta di un ente autonomo: nella possibilità di assumere decisioni anche scomode, anche impopolari, anche criticabili, senza che il giorno dopo arrivi la cavalleria ministeriale a ricordare a tutti chi tiene davvero il guinzaglio.

Perché il punto non è stabilire se quella decisione fosse giusta o sbagliata. Il punto è che, appena la scelta ha iniziato a produrre rumore, la macchina si è messa in moto: diffide, ispezioni, richiami, timori legali, pressioni politiche, finanziamenti europei agitati come il libretto delle istruzioni dell’apocalisse. Ed ecco che la libertà culturale, tanto celebrata nei discorsi ufficiali, si rivela per quello che spesso è: bellissima finché non disturba nessuno.

La Biennale, che dovrebbe essere uno spazio di visione, conflitto, sperimentazione e rischio, viene così riportata a più miti consigli. Non dalla critica, non dal dibattito pubblico, non da una riflessione interna serena, ma dal solito combinato disposto all’italiana: “attenzione che poi ci fanno causa”, “attenzione che poi Bruxelles si arrabbia”, “attenzione che poi il governo deve intervenire”, “attenzione che poi qualcuno ci rimette di tasca propria”.

E alla fine, come sempre, chi lo prende in quel posto sono l’immagine dell’Italia e la cultura.

L’immagine dell’Italia, perché il messaggio che passa all’estero è devastante: il Paese che ospita una delle massime istituzioni artistiche del mondo non riesce a gestire una crisi culturale senza trasformarla in una tragicommedia amministrativa. La cultura, perché ogni volta che il potere politico sente il bisogno di “fare chiarezza” su un ente autonomo, l’autonomia esce dalla stanza con il cappotto in mano e il cappello calato sugli occhi.

Naturalmente tutto avviene con le migliori intenzioni. Sempre. Nessuno interferisce, tutti vigilano. Nessuno condiziona, tutti tutelano. Nessuno mette pressione, tutti garantiscono. È il capolavoro retorico del potere: non comandare mai apertamente, ma far capire benissimo dove si trova il pulsante rosso.

Il risultato è grottesco. La cerimonia inaugurale salta. I premi vengono rinviati alla chiusura. La giuria si dimette in blocco. I Leoni, da simbolo della consacrazione artistica internazionale, diventano “Leoni dei visitatori”, una specie di televoto culturale senza televoto, un Sanremo concettuale con meno canzoni e più imbarazzo. Mancano solo il codice da inviare via SMS e il presidente della Fondazione che annuncia: “Restate con noi, dopo la pubblicità scopriremo chi vincerà il Leone d’Oro”.

Eppure la trovata viene presentata come emergenziale, democratica, persino innovativa. Certo: quando salta il sistema, chiamare “innovazione” il rattoppo è sempre una soluzione elegante. Come dire che se crolla il tetto, si può finalmente ammirare il cielo.

In questo scenario, il paragone con Gadda diventa quasi obbligato. Nel Pasticciaccio, la realtà non è mai lineare, la verità si disperde in mille rivoli, le responsabilità si aggrovigliano, ogni personaggio aggiunge confusione alla confusione. Anche qui il delitto non ha un solo colpevole. La giuria ha fatto una scelta esplosiva. La Fondazione ha gestito la crisi come si maneggia un vaso Ming durante un terremoto. Il governo ha esercitato quella forma tutta italiana di presenza istituzionale che non si chiama ingerenza solo perché il vocabolario ha pudore. La geopolitica ha fatto il resto, entrando dalla porta principale mentre l’arte cercava disperatamente un’uscita di sicurezza.

Ma il punto più amaro è un altro: ancora una volta la cultura viene trattata non come un luogo autonomo di pensiero, ma come un reparto sensibile della diplomazia, della comunicazione politica, dell’ordine pubblico reputazionale. Può provocare, purché non provochi davvero. Può criticare, purché non crei problemi. Può essere libera, purché la libertà sia preventivamente compatibile con gli equilibri ministeriali, i fondi europei, le ambasciate, gli avvocati e i comunicati stampa.

Così la Bianale diventa il monumento perfetto alla fragilità culturale italiana: un Paese che ama definirsi culla dell’arte, ma che appena l’arte si comporta da adulta la rimette subito in collegio.

E allora sì, il titolo giusto non è più Biennale. È la Bianale. Bianca non per purezza, ma per sbiancamento. Sbiancamento delle responsabilità, delle decisioni, delle parole, dei conflitti. Una manifestazione passata in poche ore dal prestigio internazionale al manuale di sopravvivenza istituzionale.

Alla fine resteranno i comunicati, le dichiarazioni, le spiegazioni tecniche, le formule prudenti e le solite facce da “abbiamo agito nell’interesse della cultura”. Ma l’impressione, spiace dirlo, è un’altra: che ancora una volta la cultura sia stata usata come campo di battaglia, poi lasciata lì a raccogliere i cocci.

E l’Italia? L’Italia farà quello che fa spesso nei momenti peggiori: fingerà che il problema sia stato risolto perché qualcuno ha trovato una formula abbastanza vaga da non scontentare tutti contemporaneamente.

Gadda avrebbe sorriso. Amaramente, ma avrebbe sorriso. Perché in fondo il pasticciaccio non è mai solo un incidente: è un metodo.