Dalla fine delle ideologie alle nuove rivoluzioni della Generazione Z. Perché i nipoti potrebbero essere culturalmente più vicini ai nonni che ai propri genitori.
C’è qualcosa che non mi convince nel modo in cui siamo abituati a raccontare il conflitto tra generazioni. Tendiamo a immaginare che la distanza culturale aumenti con quella anagrafica, che ogni generazione sia naturalmente più vicina alla successiva e che, di conseguenza, i genitori siano più attrezzati dei nonni per comprendere i propri figli. Eppure, osservando le mobilitazioni giovanili che stanno attraversando il mondo, comincio a sospettare che le cose possano essere molto diverse. Forse la Generazione Z non è incompresa perché troppo distante dalle generazioni precedenti, ma perché tra lei e quella dei suoi nonni si è inserita una lunga parentesi culturale durante la quale abbiamo progressivamente smesso di credere che la società potesse essere trasformata collettivamente.
È una riflessione che nasce da un paradosso. I Baby Boomers, cresciuti nell’epoca delle grandi ideologie, potrebbero possedere strumenti culturali più adatti a comprendere le inquietudini della Generazione Z rispetto alla Generazione X, che pure è anagraficamente più vicina ai giovani. Non perché condividano necessariamente le loro idee, ma perché conoscono un linguaggio politico che sembrava essersi perduto: quello della trasformazione sociale. Da questa considerazione nasce un’ipotesi che vorrei provare a sviluppare: la Generazione Z potrebbe essere la prima generazione post-individualista, non perché abbia rinunciato all’individualità, ma perché sta cominciando a riconoscere che nessuna realizzazione personale può prescindere dalle condizioni collettive che la rendono possibile.
Per comprendere questa trasformazione bisogna tornare alla seconda metà del Novecento, quando i Baby Boomers si formarono in un mondo attraversato da grandi visioni ideologiche. Il socialismo, il comunismo, il liberalismo, il femminismo, il pacifismo, i movimenti per i diritti civili e le prime grandi battaglie ambientaliste proponevano interpretazioni differenti, spesso inconciliabili, della società. Ma condividevano un presupposto fondamentale: il mondo non era immutabile e gli esseri umani potevano modificarlo attraverso l’azione collettiva. Il conflitto politico non riguardava soltanto la distribuzione delle risorse o la gestione delle istituzioni, ma il modello stesso di società che si voleva costruire. Le appartenenze ideologiche offrivano strumenti per interpretare la realtà, riconoscere le ingiustizie e immaginare un futuro diverso. Non tutti partecipavano a quelle battaglie, naturalmente, e molti si opponevano apertamente ai cambiamenti, ma persino chi li contrastava era costretto a confrontarsi con un’idea di società come costruzione politica e non come semplice condizione alla quale adattarsi.
La Generazione X cresce invece durante il progressivo tramonto di quel mondo. La crisi delle grandi appartenenze politiche, l’affermazione del neoliberismo, la centralità del mercato e infine la caduta del Muro di Berlino contribuiscono a trasformare profondamente l’orizzonte culturale delle società occidentali. Con la fine della contrapposizione tra i grandi blocchi sembra progressivamente affermarsi anche l’idea che non esistano più alternative sistemiche. La storia, secondo la celebre interpretazione di Francis Fukuyama, avrebbe raggiunto il proprio approdo e il problema fondamentale non sarebbe più stato scegliere quale società costruire, ma imparare a vivere nel modello che si era affermato.
In questo contesto l’individualismo diventa progressivamente il paradigma dominante. La realizzazione personale, la carriera, la competizione, il consumo e l’autonomia individuale assumono un ruolo centrale nella definizione del successo. Le contraddizioni sociali vengono sempre più frequentemente interpretate come problemi che ciascuno deve affrontare attraverso le proprie capacità. Se non trovi lavoro, devi formarti meglio; se non guadagni abbastanza, devi diventare più competitivo; se non riesci a realizzarti, devi modificare il tuo comportamento. La responsabilità delle condizioni di vita si sposta progressivamente dalla società all’individuo.
Naturalmente la Generazione X non ha inventato questo modello, che è stato promosso soprattutto da protagonisti politici ed economici appartenenti alle generazioni precedenti, né tutti i suoi appartenenti lo hanno condiviso. Ma è probabilmente una delle prime generazioni ad averlo interiorizzato come condizione normale dell’esistenza. Ed è qui che si nasconde il paradosso: quella che viene spesso descritta come una generazione pragmatica, disincantata e post-ideologica potrebbe essere proprio la generazione che ha assorbito più profondamente un’ideologia, fino a non riconoscerla più come tale. L’individualismo ha ottenuto ciò che le grandi ideologie dichiarate raramente erano riuscite a raggiungere: presentarsi non come una particolare interpretazione della realtà, ma come la realtà stessa.
Tra questa generazione e la Generazione Z si collocano però i Millennials, il cui ruolo è fondamentale per comprendere il passaggio che stiamo vivendo. Cresciuti durante la massima espansione della promessa individualista, sono stati educati a credere che lo studio, il talento, l’impegno e le opportunità offerte dalla globalizzazione avrebbero consentito a ciascuno di costruire il proprio futuro. Internet sembrava moltiplicare le possibilità, le frontiere economiche e culturali apparivano destinate ad aprirsi e il progresso tecnologico prometteva una società sempre più accessibile. Poi è arrivata la crisi finanziaria del 2008, seguita dalla precarizzazione del lavoro, dalla difficoltà di accedere alla casa, dalla stagnazione dei salari e dalla progressiva erosione delle aspettative economiche.
I Millennials si sono così trovati in una condizione particolare: erano stati educati a credere nel successo individuale, ma hanno cominciato a sperimentare un sistema che non sembrava più capace di mantenerne le promesse. Non sorprende che proprio durante la loro giovinezza siano emersi movimenti come Occupy Wall Street e gli Indignados spagnoli, che hanno riportato al centro del dibattito pubblico le disuguaglianze economiche e la responsabilità delle istituzioni. Quei movimenti hanno rappresentato una prima importante incrinatura della narrazione dominante. Forse il problema non era l’incapacità degli individui di avere successo, ma l’organizzazione stessa della società. I Millennials sono, in questo senso, la generazione della promessa tradita, quella che ha cominciato a mettere in discussione l’individualismo dopo averne sperimentato i limiti.
La Generazione Z si trova in una posizione ancora diversa. È cresciuta in un mondo nel quale quella promessa aveva già perso gran parte della propria credibilità. Per molti giovani, la precarietà non rappresenta una deviazione temporanea da un percorso di stabilità, ma una condizione strutturale; l’accesso alla casa non è una tappa naturale dell’età adulta, ma un obiettivo sempre più difficile; il titolo di studio non garantisce necessariamente opportunità adeguate e il progresso tecnologico, anziché assicurare un futuro migliore, solleva nuove incertezze. A tutto questo si aggiunge la consapevolezza di una crisi climatica che mette in discussione le condizioni stesse della vita futura.
È proprio quest’ultimo elemento che mi sembra segnare un passaggio culturale decisivo. Nel 2018, quando Greta Thunberg comincia a manifestare davanti al Parlamento svedese e nasce il movimento Fridays for Future, milioni di giovani trovano un linguaggio comune per esprimere una contraddizione che il paradigma individualista non è in grado di risolvere. Nessuna carriera, nessun successo economico e nessuna realizzazione personale possono proteggere completamente un individuo dalle conseguenze di una crisi climatica globale. Il futuro individuale dipende dal futuro collettivo. Non basta comportarsi responsabilmente come singoli, perché il problema riguarda le scelte economiche, produttive e politiche dell’intera società.
Fridays for Future non inventa l’ambientalismo e non rappresenta la prima mobilitazione giovanile della storia, ma contribuisce a rendere visibile una nuova sensibilità. I giovani non chiedono semplicemente maggiori opportunità personali, chiedono che vengano garantite le condizioni collettive necessarie per poter avere un futuro. È forse qui che comincia a emergere ciò che potremmo chiamare post-individualismo: non il rifiuto dell’individuo, ma la consapevolezza che l’individuo non può salvarsi da solo.
Negli anni successivi questa sensibilità sembra trovare espressione in una serie di mobilitazioni che attraversano Paesi molto diversi tra loro. Non si tratta di un movimento internazionale coordinato, né sarebbe corretto ricondurre tutte queste proteste a una stessa matrice ideologica. Le condizioni politiche, economiche e sociali sono profondamente differenti, così come gli obiettivi e i risultati. Eppure, osservandole nel loro insieme, emergono alcune somiglianze che meritano attenzione.
In Kenya, nel giugno 2024, una proposta di legge finanziaria che introduce nuove misure fiscali provoca una straordinaria mobilitazione giovanile, organizzata in larga parte attraverso i social network e capace di attraversare divisioni etniche e politiche tradizionali. Le proteste raggiungono il Parlamento di Nairobi, la repressione provoca vittime e il presidente William Ruto è costretto a ritirare il provvedimento. Ma la mobilitazione non si esaurisce, perché nel frattempo quella che era cominciata come una contestazione fiscale si è trasformata in una richiesta più ampia di responsabilità politica, giustizia economica e rappresentanza. Il problema non è più soltanto una tassa, ma il rapporto tra cittadini e potere, tra opportunità individuali e organizzazione della società.
Un processo per certi aspetti simile emerge in Nepal nel settembre 2025, quando la decisione del governo di bloccare numerose piattaforme social diventa il detonatore di una protesta alimentata da un malcontento molto più profondo. Disoccupazione, corruzione, nepotismo e ostentazione della ricchezza da parte delle famiglie politicamente influenti contribuiscono a trasformare la contestazione in una crisi politica che porta alle dimissioni del primo ministro. Anche in questo caso il provvedimento contestato rappresenta soltanto la scintilla di una rivendicazione più generale: come può una generazione costruire il proprio futuro in un sistema nel quale le opportunità sembrano dipendere più dalle appartenenze e dai privilegi che dalle capacità individuali?
In Indonesia, nel 2025, le proteste contro i privilegi economici dei parlamentari si intrecciano con la denuncia delle disuguaglianze e della violenza delle forze dell’ordine. La morte di un lavoratore delle consegne durante gli scontri contribuisce ad ampliare la mobilitazione, trasformando una contestazione specifica in una richiesta più generale di responsabilità istituzionale. Ancora una volta, ciò che colpisce non è soltanto la partecipazione dei giovani, ma la rapidità con cui questioni apparentemente circoscritte vengono collegate a problemi strutturali.
In Albania, la cosiddetta Rivoluzione dei Fenicotteri rende ancora più evidente questo meccanismo. Le proteste cominciano alla fine di maggio del 2026 per opporsi a un gigantesco progetto turistico nell’area protetta di Vjosa-Narta, nei pressi di Zvërnec, collegato agli investimenti di Jared Kushner, genero di Donald Trump, e Ivanka Trump. Il progetto, sostenuto dal governo del premier Edi Rama, prevede la realizzazione di strutture turistiche di lusso in un territorio di straordinario valore ambientale, habitat di numerose specie protette, tra cui i fenicotteri che diventano il simbolo della protesta. Ai manifestanti si uniscono progressivamente studenti e cittadini che contestano non soltanto l’impatto ambientale dell’intervento, ma anche la gestione delle risorse pubbliche, la trasparenza delle decisioni e i rapporti tra potere politico e grandi interessi economici.
Il governo difende il progetto come un’opportunità di sviluppo e occupazione, mentre gli oppositori denunciano procedure poco trasparenti e un modello economico che privilegerebbe investitori influenti rispetto agli interessi delle comunità locali. La contestazione si estende rapidamente alla corruzione, alla qualità dei servizi pubblici, all’istruzione e alla sanità, fino a trasformarsi in una richiesta di cambiamento politico. Il fenicottero, inizialmente simbolo della difesa di un ecosistema, diventa così il segno di una rivendicazione molto più ampia. Non si tratta soltanto di proteggere un territorio, ma di stabilire chi abbia il diritto di decidere sul futuro di risorse che appartengono alla collettività. È difficile immaginare un esempio più chiaro del passaggio da una questione apparentemente settoriale a una domanda generale sul modello di società.
In India, il movimento conosciuto come Cockroach Janta Party, il Partito degli Scarafaggi, mostra un’altra caratteristica di questa nuova stagione politica: la capacità di trasformare l’ironia e la provocazione in strumenti di mobilitazione collettiva. Nato nel maggio 2026 per iniziativa del giovane attivista Abhijeet Dipke, il movimento si appropria di un’espressione offensiva rivolta ai giovani disoccupati e la trasforma in un simbolo identitario. Quello che inizialmente appare come un partito satirico diventa rapidamente una forma concreta di contestazione, prima contro le irregolarità del sistema di ammissione universitaria, poi contro la gestione delle istituzioni e le presunte manipolazioni delle liste elettorali. La mobilitazione contribuisce alle dimissioni del ministro dell’Istruzione e, nell’ottobre 2026, partecipa alle grandi proteste contro la revisione dei registri elettorali, accusata dalle opposizioni di escludere milioni di cittadini, soprattutto appartenenti alle fasce sociali più vulnerabili. Le autorità respingono le accuse di manipolazione politica, ma le proteste e la loro repressione richiamano l’attenzione delle organizzazioni internazionali per i diritti umani.
Anche qui il percorso è significativo. Si parte dall’accesso all’università, un problema che potrebbe sembrare individuale, e si arriva a contestare le condizioni collettive che determinano l’accesso all’istruzione, alle opportunità e persino alla partecipazione democratica. L’insulto rivolto a giovani considerati inutili o incapaci viene rovesciato in un’identità condivisa. Non è soltanto una forma di protesta contro il governo, ma il rifiuto di accettare che le difficoltà di una generazione vengano liquidate come responsabilità dei singoli.
Questi movimenti non sono identici e non condividono necessariamente una stessa collocazione politica. Ma mostrano una caratteristica ricorrente: la capacità di collegare problemi differenti, riconoscendo che le condizioni della vita individuale dipendono da decisioni economiche, sociali e istituzionali che nessun individuo può controllare da solo.
Le grandi ideologie del Novecento tendevano spesso a organizzarsi attorno ad appartenenze riconoscibili e contrapposizioni fondamentali: destra e sinistra, capitalismo e socialismo, conservazione e rivoluzione. Le nuove mobilitazioni sembrano invece privilegiare le connessioni tra questioni differenti. L’ambiente diventa una questione economica, l’istruzione una questione di disuguaglianza, il lavoro una questione di libertà, la corruzione una questione di accesso alle opportunità. Non scompaiono le differenze ideologiche, ma emerge una sensibilità che cerca di interpretare i problemi attraverso le loro interdipendenze.
Questa impostazione presenta affinità con il pensiero intersezionale, pur non coincidendo completamente con il concetto di intersezionalità elaborato da Kimberlé Crenshaw per descrivere l’interazione tra differenti forme di discriminazione. Potremmo forse parlare di un passaggio dall’ideologia dell’appartenenza all’ideologia delle connessioni. Una visione nella quale la solidarietà non richiede necessariamente identità uniformi, ma nasce dal riconoscimento che condizioni di vita differenti possono dipendere da strutture sociali comuni.
Le mobilitazioni che attraversano l’Europa sembrano inserirsi, con caratteristiche proprie, in questo quadro. In Francia le proteste studentesche per la scuola pubblica, le condizioni dell’istruzione e le prospettive delle nuove generazioni incontrano rivendicazioni provenienti dal mondo del lavoro e dai movimenti sociali. In Italia le manifestazioni degli studenti si intrecciano con le questioni del finanziamento dell’istruzione, della precarietà, della guerra e delle priorità della spesa pubblica. Anche quando le proteste assumono forme conflittuali e si verificano disordini, occorre distinguere le rivendicazioni collettive dai singoli episodi di violenza, senza attribuire a intere mobilitazioni comportamenti o responsabilità che appartengono soltanto ad alcuni partecipanti.
Ciò che mi interessa, al di là delle singole rivendicazioni, è il ritorno di una domanda che sembrava progressivamente scomparsa dal dibattito pubblico: quale società vogliamo costruire? Non soltanto quale lavoro desideriamo, quale reddito vorremmo ottenere o quali opportunità personali ci aspettiamo, ma quali condizioni collettive rendano possibile una vita dignitosa. La scuola, il lavoro, l’ambiente, la pace e i diritti non vengono più necessariamente considerati compartimenti separati, ma elementi di una stessa riflessione sul futuro.
Il caso della Serbia aggiunge a questo percorso una dimensione particolarmente importante, perché mostra come una mobilitazione possa compiere il passaggio dalla protesta alla rappresentanza politica. Dopo il crollo della pensilina della stazione ferroviaria di Novi Sad, il primo novembre 2024, che provoca sedici vittime, gli studenti avviano una mobilitazione contro la corruzione e la mancanza di responsabilità delle istituzioni. Le proteste si estendono progressivamente oltre le università, coinvolgendo comunità locali e settori sempre più ampi della società. Le assemblee collettive, i plenum, diventano uno degli strumenti centrali dell’organizzazione, esprimendo il tentativo di costruire forme di partecipazione differenti da quelle tradizionali.
Nel corso di quasi due anni il movimento riesce a trasformare una protesta nata da una tragedia in una proposta politica capace di raccogliere consensi ben oltre il mondo universitario. Alle elezioni anticipate del 25 ottobre 2026 la Lista Studentesca ottiene, secondo i risultati preliminari della Commissione elettorale, il 52,71% dei voti e 140 seggi parlamentari, conquistando la maggioranza assoluta. Il risultato segna la sconfitta dell’alleanza legata ad Aleksandar Vučić e apre una nuova fase nella storia politica del Paese. La lista non è composta esclusivamente da studenti, ma raccoglie figure provenienti da diversi settori della società, espressione di una mobilitazione che ha saputo trasformarsi in un progetto di rappresentanza.
È un risultato che merita di essere osservato con attenzione, non perché garantisca automaticamente un cambiamento positivo, ma perché introduce una questione fondamentale: come può una mobilitazione collettiva trasformarsi in una capacità stabile di governo? Le manifestazioni possono costringere un esecutivo a ritirare una legge o provocare dimissioni, ma modificare le istituzioni richiede organizzazione, rappresentanza, responsabilità e capacità di prendere decisioni. La Serbia rappresenta un caso particolarmente significativo proprio perché permette di osservare il passaggio dalla protesta alla proposta, dalla denuncia di un sistema alla responsabilità di costruire un’alternativa.
Ed è su questa distinzione che credo sia necessario soffermarsi. Il post-individualismo, se davvero sta emergendo, potrebbe manifestarsi inizialmente come sensibilità culturale prima ancora che come modello politico. Riconoscere che i problemi sono collettivi non significa possedere automaticamente gli strumenti per risolverli. La partecipazione digitale non garantisce organizzazione duratura, la mobilitazione spontanea non produce necessariamente istituzioni migliori e il rifiuto di un sistema non equivale alla capacità di costruirne uno diverso. Le grandi ideologie del Novecento, con tutti i loro limiti e le loro contraddizioni, disponevano di organizzazioni, partiti, sindacati e strutture capaci di trasformare le idee in azione politica continuativa. Le nuove mobilitazioni devono ancora dimostrare se sapranno sviluppare strumenti altrettanto efficaci senza riprodurne le rigidità.
Ma c’è un altro aspetto che considero ancora più importante. Forse questa nuova sensibilità non nasce principalmente da una maggiore consapevolezza morale delle giovani generazioni. Forse nasce dalle condizioni materiali della loro esistenza. Per decenni l’individualismo ha potuto presentarsi come una prospettiva credibile perché, almeno per una parte significativa della popolazione occidentale, il progresso economico, l’accesso al lavoro e la mobilità sociale sembravano offrire opportunità concrete di realizzazione personale. Quando queste condizioni cominciano a indebolirsi, anche l’ideologia che le accompagnava perde parte della propria forza.
Se il lavoro non garantisce una casa, se l’istruzione non garantisce stabilità, se la crescita economica non garantisce benessere diffuso e se il progresso tecnologico non garantisce un futuro ambientalmente sostenibile, diventa sempre più difficile sostenere che il destino di ciascuno dipenda principalmente dalle sue scelte individuali. La riscoperta della dimensione collettiva potrebbe quindi non essere soltanto una preferenza culturale, ma una risposta storica all’insufficienza delle soluzioni individuali.
Questo non significa che la Generazione Z sia omogeneamente progressista o orientata alla solidarietà. Al suo interno convivono sensibilità molto differenti, comprese posizioni conservatrici, nazionaliste e radicalmente individualiste. La stessa cultura digitale che permette nuove forme di mobilitazione alimenta anche competizione, autopromozione e frammentazione sociale. Sarebbe ingenuo immaginare che una generazione abbia improvvisamente superato contraddizioni che attraversano l’intera società. Ma proprio questa tensione rende interessante l’ipotesi: la Generazione Z potrebbe essere la prima a sperimentare contemporaneamente la massima espressione dell’individualismo e la consapevolezza della sua insufficienza.
È qui che ritorna il paradosso iniziale, quello del rapporto tra nonni, genitori e nipoti. I Baby Boomers hanno conosciuto un mondo nel quale la trasformazione collettiva della società rappresentava un orizzonte politico concreto. La Generazione X si è formata durante una fase nella quale il cambiamento sistemico sembrava perdere legittimità a favore dell’adattamento individuale. I Millennials hanno creduto nella promessa di quell’individualismo e ne hanno sperimentato la crisi. La Generazione Z potrebbe essere la prima a cercare consapevolmente di superarlo.
In questa prospettiva, l’incomprensione tra generazioni non dipenderebbe principalmente dalla distanza anagrafica, ma dal modo differente di interpretare il rapporto tra individuo e società. Quando un giovane denuncia la precarietà del lavoro, il costo delle abitazioni o l’insufficienza delle politiche ambientali, una risposta costruita sul paradigma individualista tende a suggerire comportamenti personali: formarsi meglio, trasferirsi, adattarsi, consumare responsabilmente. Sono risposte che possono avere una loro utilità, ma che spesso non affrontano la natura sistemica delle questioni sollevate. Il giovane pone una domanda collettiva e riceve una risposta individuale. Forse è proprio in questa distanza tra domanda e risposta che nasce una parte importante del sentimento di incomprensione.
I Boomers, almeno quelli che hanno partecipato alle grandi mobilitazioni del secondo Novecento, conoscono invece l’esperienza di una società nella quale i problemi collettivi venivano affrontati attraverso progetti di trasformazione generale. Possono non condividere le rivendicazioni contemporanee, possono essere diventati conservatori o difendere posizioni acquisite, ma ricordano un tempo nel quale immaginare una società diversa era considerato un esercizio politico legittimo e necessario. Non è dunque impossibile che, almeno sotto questo aspetto, alcuni nonni possano comprendere le inquietudini dei nipoti meglio dei loro genitori.
La differenza fondamentale riguarda però il modo di concepire la libertà. I Boomers hanno spesso cercato la libertà attraverso l’appartenenza a un progetto collettivo. La Generazione X ha privilegiato l’autonomia individuale. I Millennials hanno sperimentato i limiti della promessa di autorealizzazione. La Generazione Z potrebbe cercare una nuova sintesi, nella quale la libertà individuale non venga contrapposta alla responsabilità collettiva, ma riconosciuta come inseparabile da essa.
Se questa ipotesi fosse corretta, il post-individualismo non rappresenterebbe un ritorno al collettivismo novecentesco. Non richiederebbe di sacrificare l’individuo in nome di una classe, di un partito o di un’identità comune. Al contrario, potrebbe nascere proprio dalla volontà di preservare e valorizzare le differenze individuali, riconoscendo però che nessuna libertà può essere esercitata pienamente senza condizioni sociali adeguate. Non si tratterebbe più di scegliere tra individuo e collettività, ma di comprendere che le due dimensioni sono reciprocamente necessarie.
Forse il grande errore culturale degli ultimi decenni è stato confondere la crisi delle ideologie del Novecento con la fine della necessità di immaginare alternative. Abbiamo progressivamente sostituito la domanda «Quale società vogliamo costruire?» con «Come posso avere successo nella società in cui vivo?». Per molto tempo questa seconda domanda ha dominato il nostro orizzonte culturale, accompagnando trasformazioni economiche e tecnologiche che sembravano rendere sempre più centrale l’autonomia individuale.
Ma oggi una generazione si trova davanti a problemi che rendono sempre meno convincente una risposta esclusivamente personale. La crisi climatica, le disuguaglianze, la precarietà, le guerre, l’accesso all’istruzione e la crisi della rappresentanza politica richiedono decisioni che nessun individuo può prendere da solo. È possibile che proprio questa consapevolezza stia contribuendo a collegare, pur nelle loro profonde differenze, le manifestazioni di Fridays for Future alle proteste del Kenya, del Nepal e dell’Indonesia, dalla Rivoluzione dei Fenicotteri al Partito degli Scarafaggi, dalle piazze francesi e italiane fino alla vittoria elettorale degli studenti serbi.
Non credo che stiamo assistendo alla nascita di un’unica ideologia globale, né che tutte queste esperienze conducano necessariamente nella stessa direzione. Alcune potrebbero produrre cambiamenti duraturi, altre esaurirsi, altre ancora trasformarsi in qualcosa di molto diverso dalle intenzioni iniziali. Ma mi sembra che stia riemergendo una domanda comune, rimasta troppo a lungo ai margini del dibattito pubblico: non soltanto come voglio vivere, ma in quale società vogliamo vivere.
E forse è proprio questo il punto nel quale il cerchio si chiude. Dopo una lunga stagione nella quale abbiamo considerato l’individuo il principale responsabile del proprio destino, una nuova generazione potrebbe cominciare a riconoscere che il futuro personale non può essere separato da quello degli altri. Non sarebbe la fine dell’individualità, ma il superamento dell’idea che essa possa realizzarsi indipendentemente dalla società.
La Generazione Z potrebbe quindi non essere semplicemente l’ennesima generazione in conflitto con gli adulti. Potrebbe rappresentare l’inizio di una nuova fase culturale, nella quale la libertà individuale torna a essere pensata come una conquista che richiede condizioni e responsabilità collettive.
E forse alcuni nonni riescono a comprenderla meglio dei genitori proprio perché ricordano un tempo nel quale cambiare il mondo non sembrava un’ambizione ingenua, ma una possibilità concreta.
La prima generazione post-individualista non sarà quella che avrà smesso di dire «io», ma quella che avrà compreso che senza un «noi» nessun «io» può avere davvero un futuro.