Una proposta per riconoscere il valore civile del volontariato e trasformare il tempo donato alla comunità in credito sociale, pubblico e, dove possibile, previdenziale.
Ci sono idee che nascono come progetti.
E poi ci sono idee che nascono come fastidi.
Non fastidi piccoli, di quelli che si superano cambiando stanza, spegnendo il telefono o facendo finta di niente. Fastidi più profondi. Quelli che restano lì, sedimentano, ritornano, si ripresentano ogni volta che una parola viene usata troppo e riconosciuta troppo poco.
Una di queste parole è: volontariato.
Bella parola, certo. Morale. Pulita. Quasi intoccabile.
Ma proprio per questo, forse, anche un po’ consumata. Perché il volontariato viene spesso celebrato, ringraziato, fotografato, raccontato nei comunicati stampa, evocato nei discorsi pubblici, messo accanto a termini solenni come solidarietà, comunità, impegno, cittadinanza.
Poi però, nella pratica, resta quasi sempre sospeso in una zona ambigua: importante, ma non abbastanza da essere misurato; necessario, ma non abbastanza da essere riconosciuto; essenziale, ma non abbastanza da entrare davvero nei conti dello Stato.
E allora mi sono chiesto: se il tempo è una delle poche cose realmente non rinnovabili della nostra vita, perché il tempo donato agli altri non dovrebbe contare?
Da questa domanda nasce Credito Civico
Da questa domanda nasce Credito Civico.
Non come trovata comunicativa, non come slogan per nobilitare qualcosa che è già nobile di suo, ma come tentativo concreto di spostare il volontariato da una dimensione puramente morale a una dimensione anche civile, istituzionale, riconoscibile.
L’idea è semplice, quasi elementare: il tempo dedicato ad attività di volontariato riconosciute, verificate e svolte all’interno di organizzazioni accreditate dovrebbe poter generare un credito civico.
Un credito non inteso come pagamento. Non si tratta di trasformare il volontariato in lavoro retribuito, né di snaturarne la gratuità. Sarebbe un errore enorme, e forse anche una piccola violenza culturale.
Il punto è un altro.
Il punto è riconoscere che chi dona tempo alla collettività produce valore. Valore sociale, valore umano, valore pubblico. E che questo valore, se lo Stato lo considera davvero importante, non può restare confinato nella gratitudine verbale.
Il volontariato non è tempo libero perso. È tempo civile.
Il volontariato come infrastruttura civile
Il volontariato è tempo sottratto all’isolamento, all’indifferenza, alla pura sopravvivenza individuale. È tempo che tiene insieme pezzi di società che altrimenti si sfilaccerebbero. È tempo che arriva dove spesso le istituzioni arrivano tardi, dove il mercato non ha interesse ad arrivare, dove la solitudine diventa una forma silenziosa di esclusione.
Chi fa volontariato in un ambulatorio mobile, in un’associazione culturale, in un centro di ascolto, in un doposcuola, in un progetto sociale, in una rete di prossimità, non sta semplicemente “dando una mano”.
Sta contribuendo a costruire infrastruttura civile.
Eppure questa infrastruttura resta spesso invisibile.
Ci accorgiamo del volontariato quando manca. Come l’aria, come la fiducia, come certe presenze discrete che non fanno rumore ma reggono interi pezzi di vita comune.
Credito Civico nasce per provare a rendere visibile questa presenza.
Crediti figurativi e riconoscimento del tempo donato
La proposta, nella sua forma iniziale, immagina un sistema attraverso il quale le ore di volontariato possano essere certificate e trasformate in una forma di riconoscimento pubblico.
Una delle ipotesi centrali è quella dei crediti figurativi per il volontariato, cioè un meccanismo capace di incidere almeno in parte sul percorso previdenziale della persona.
Perché proprio i contributi pensionistici?
Perché la pensione è una delle forme più concrete con cui lo Stato riconosce il tempo della vita. È il luogo amministrativo in cui il tempo diventa memoria, accumulo, diritto futuro.
Se una persona dedica una parte stabile della propria esistenza a un’attività utile alla collettività, perché quel tempo non dovrebbe lasciare traccia?
Naturalmente non basta una buona intenzione.
Servono regole, limiti, controlli, registri, soggetti accreditati, strumenti digitali, verifiche. Serve evitare che un’idea nata per valorizzare il dono diventi l’ennesima zona grigia, l’ennesima occasione per produrre burocrazia inutile o, peggio, opportunismo.
Ma il rischio di una cattiva applicazione non può essere una scusa per non pensare una buona riforma.
Anzi, dovrebbe obbligarci a pensarla meglio.
Non un premio alla bontà, ma un patto civile
Credito Civico non vuole essere un premio alla bontà. La bontà, quando diventa categoria amministrativa, rischia sempre di diventare retorica.
Vuole essere piuttosto un patto.
Un patto tra cittadino, comunità e istituzioni.
Il cittadino dona tempo e competenze. La comunità riceve presenza, cura, attività, sostegno. Lo Stato riconosce che quella presenza non è marginale ma parte della ricchezza reale del Paese.
Perché il PIL misura molte cose, ma non misura una persona che accompagna un anziano a una visita, un volontario che sostiene una famiglia in difficoltà, chi organizza un’attività culturale gratuita, chi presta tempo a un progetto educativo, chi trasforma una parte della propria giornata in utilità pubblica.
Eppure senza queste persone, molte città sarebbero più fredde, più dure, più sole.
Una nuova idea di valore sociale
In fondo Credito Civico nasce anche da qui: dalla sensazione che continuiamo a chiamare “sociale” ciò che non sappiamo contabilizzare, e “produttivo” solo ciò che passa attraverso uno scambio economico diretto.
Ma una società non vive solo di transazioni.
Vive anche di legami.
E i legami richiedono tempo.
Forse il punto è proprio questo: rimettere il tempo al centro del discorso pubblico.
Non il tempo astratto delle agende politiche, non il tempo nervoso della comunicazione, non il tempo frammentato degli algoritmi, ma il tempo reale delle persone. Quello che si dona, che si perde, che si investe, che si sottrae a se stessi per metterlo a disposizione di qualcun altro.
Il volontariato è una delle forme più alte di questo tempo.
Ma proprio perché è alto non deve restare invisibile.
Credito Civico è una proposta aperta
Credito Civico è ancora un’idea in costruzione. Un manifesto, una proposta, una bozza da discutere, correggere, ampliare. Non nasce come verità definitiva, ma come spazio di dibattito.
Mi piacerebbe che diventasse una piattaforma aperta, capace di raccogliere contributi, adesioni, critiche, esperienze, competenze giuridiche, amministrative, politiche e sociali.
Perché una riforma di questo tipo non può essere scritta da una persona sola. Può però nascere da una domanda semplice, se quella domanda riesce a intercettare qualcosa che molti sentono ma pochi hanno ancora formulato.
Quanto vale, per lo Stato, il tempo che un cittadino dona agli altri?
Se la risposta è “molto”, allora dobbiamo trovare il modo di dimostrarlo.
Non solo con le parole. Non solo con le celebrazioni. Non solo con la retorica annuale della solidarietà.
Ma con strumenti reali.
Credito Civico è il tentativo di immaginare uno di questi strumenti.
Perché il tempo donato conta.
E forse è arrivato il momento che conti davvero.