L’irrazionale è sopravvalutato.
Non perché non esista. Esiste eccome. Anzi, gode di ottima salute. Basta leggere i social, ascoltare un dibattito politico, partecipare a una riunione, innamorarsi della persona sbagliata o rispondere a un messaggio dopo mezzanotte.
L’irrazionale è ovunque.
Il problema è che non parla.
O meglio: parla male.
Urla, spinge, pretende, seduce, sabota, ferisce, si traveste da intuizione, da autenticità, da libertà interiore. Ma quando deve entrare davvero in rapporto con un altro essere umano, si trova davanti a una dogana inevitabile: la parola.
E lì, di solito, crolla il teatro.
Dentro abbiamo il magma.
Fuori abbiamo: “Possiamo parlarne?”
Frase ridicola e immensa.
Possiamo parlarne, cioè: possiamo prendere questa cosa informe, forse nata da una ferita, da una paura, da un desiderio, da un’umiliazione antica o da una semplice vanità mal digerita, e trasformarla in qualcosa che abbia almeno soggetto, verbo e complemento?
Possiamo mettere in fila l’abisso?
Possiamo fare la sintassi del caos?
È qui che nasce il rapporto tra razionale e irrazionale. Non nei manuali di psicologia, non nelle frasi motivazionali, non in quella melassa contemporanea per cui ogni emozione è sacra solo perché è nostra.
L’irrazionale ci muove.
La parola ci misura.
Ed è per questo che la parola ci dà fastidio.
Finché una cosa resta dentro, nel nostro sottosuolo privato, sembra enorme, profonda, incontestabile. “Io sento così.” Fine. Sipario. Applausi dell’io a se stesso.
Oggi il sentire è diventato una monarchia assoluta.
Sento, dunque ho ragione.
Versione impoverita, emotiva e leggermente cafona del vecchio “penso, dunque sono”. Solo che almeno il pensiero si prendeva la briga di pensare. Il sentire contemporaneo, invece, spesso pretende direttamente il trono.
Io sento. Tu adeguati.
Io soffro. Tu interpreta.
Io sono complesso. Tu decifra.
Io non parlo. Tu dimostra di capirmi.
Comodo.
Anche abbastanza vigliacco.
Perché gli altri non vivono dentro di noi. Non hanno la planimetria della nostra cantina emotiva. Non possono scendere con una torcia, spostare scatoloni, trovare il trauma, lucidarlo, catalogarlo e poi tornare su dicendo: “Ora ho capito perché sei insopportabile.”
Gli altri ricevono ciò che esce.
E ciò che esce, quasi sempre, è parola. O gesto. O silenzio. Ma anche il silenzio, se usato come lingua ufficiale di un regno che nessuno conosce, non è profondità: è spesso ricatto arredato bene.
L’irrazionale resta sul fondo
La mia tesi, se vogliamo fingere per un attimo di essere ordinati, è semplice: l’irrazionale è fondamentale, ma nel rapporto umano resta quasi sempre sul fondo.
Non perché sia inutile.
Non perché vada represso.
Non perché dobbiamo diventare contabili dei sentimenti.
Resta sul fondo perché il rapporto umano, se vuole esistere davvero, passa dalla parola. E la parola appartiene al razionale, anche quando è sporca, poetica, spezzata, insufficiente.
La parola sceglie.
Taglia.
Ordina.
Tradisce.
Perché ogni volta che diciamo ciò che sentiamo, lo riduciamo.
Il dolore, detto, perde parte del suo prestigio.
La rabbia, spiegata, spesso rivela la paura.
L’amore, nominato con precisione, qualche volta si scopre bisogno, possesso, fame, dipendenza, panico della solitudine.
E infatti preferiamo restare vaghi.
Preferiamo l’aura.
Preferiamo l’abisso non verbalizzato, molto più elegante della frase concreta. Dire “sono attraversato da una complessità emotiva ingestibile” fa più figura di “mi sono sentito escluso”. Però il secondo permette forse una relazione. Il primo permette solo scenografia.
La confusione, quando viene illuminata, perde curriculum.
Per questo molti difendono il proprio irrazionale come una riserva naturale dell’ego. Vietato entrare. Vietato chiedere. Vietato semplificare. Vietato pretendere chiarezza. Chi domanda è arido, chi vuole capire è banale, chi chiede parole è già colpevole di non aver intuito.
La truffa dell’autenticità
È la grande truffa dell’autenticità contemporanea.
Essere autentici non significa buttare addosso agli altri il proprio materiale grezzo e pretendere che lo trasformino in relazione.
Non significa dire “sono fatto così” e poi lasciare agli altri il compito di sopravvivere ai detriti.
Non significa chiamare profondità ciò che è solo incapacità di comunicare.
Spiegarsi è fatica.
Ma è anche rispetto.
Dire “non so bene cosa mi succede, ma provo a dirtelo” vale più di mille pose da anima insondabile. Perché l’anima insondabile, dopo un po’, diventa semplicemente maleducata.
Il razionale, allora, non è il nemico dell’irrazionale.
È il ponte.
Brutto, provvisorio, storto, pieno di assi che scricchiolano. Ma ponte.
Senza quel ponte, ognuno resta sulla propria riva, urlando che l’altro dovrebbe capire il rumore del suo fiume.
Certo, non tutto deve essere spiegato. Non siamo moduli da compilare. Non siamo trasparenti, e meno male. La trasparenza totale è una fantasia da supermercato: tutto esposto, tutto illuminato, tutto pronto per essere venduto.
Un essere umano deve conservare una zona opaca.
Ma un conto è il mistero.
Un conto è il casino spacciato per profondità.
Un conto è l’indicibile.
Un conto è il non detto usato come arma.
Un conto è il silenzio fertile.
Un conto è il mutismo punitivo di chi pretende di essere capito senza concedere all’altro nemmeno una mappa approssimativa.
Due caos non fanno una relazione
L’irrazionale può accendere un incontro.
Può sedurre.
Può farci sentire vivi.
Può aprire porte che la ragione non avrebbe nemmeno visto.
Ma difficilmente comunica davvero con l’irrazionale degli altri. Può toccarlo, contagiarlo, evocarlo, ferirlo. Ma non costruisce, da solo, un rapporto.
Due caos non fanno una relazione.
Fanno una tempesta.
Magari bellissima.
Magari memorabile.
Magari pure erotica, artistica, letteraria, da raccontare con aria intensa agli amici.
Ma sempre tempesta resta.
Il rapporto umano ha bisogno di qualcosa di meno spettacolare e più difficile: una forma condivisa. Una lingua comune. Un tentativo di rendere comunicabile almeno una parte del proprio disordine.
Non tutto.
Una parte.
Il resto resta sotto.
Ed è giusto così.
Ma se tutto resta sotto, non siamo profondi: siamo isolati.
Forse non siamo esseri razionali disturbati da un fondo irrazionale. Forse siamo esseri irrazionali costretti, per non restare soli, a inventare continuamente una forma razionale del nostro caos.
La parola non salva tutto.
Anzi, spesso fallisce.
Ma almeno tenta.
E in un mondo pieno di persone che pretendono di essere capite senza parlare, il tentativo è già una forma minima di civiltà.
O, nei giorni migliori, di amore.